Hiccup è un giovane vichingo che, come spiega lui stesso, vive in un villaggio sperduto nel nulla, in una landa fredda, inospitale, con poco da mangiare e soprattutto infestata dai draghi. Perchè la comunità non si sposti è insieme la premessa del racconto e il tratto più saliente della dialettica che lo anima: i vichinghi sono cocciuti e invece che spostarsi preferiscono combattere, non a caso sono tutti grandi e grossi. Tutti tranne Hiccup. Figlio del capo del villaggio Hiccup è secco e inadatto al combattimento, ha una spiccata passione per la costruzione di macchinari (con cui tenta di uccidere draghi) e una conseguente inclinazione per la creazione di problemi, questo fino a che, all'insaputa di tutti, non riesce a catturare il drago più temuto e sconosciuto solo per scoprire che il diavolo non è cattivo come lo si dipinge. Sebbene gli incassi al botteghino sembrino suggerire il contrario, alla Dreamworks non sempre centrano il bersaglio, soprattutto considerando che vivono un'impossibile concorrenza con i più grandi animatori statunitensi dalla nascita di Walt Disney, cioè la Pixar. Nei casi migliori lo studio diretto con pugno di ferro e grande abilità da Jeffrey Katzenbergè riuscito a coniugare un umorismo contagioso ad una messa in scena innocua e scorrevole, con addirittura punte di ardore stilistico nelle composizioni cromatiche di Kung fu panda(forse il titolo più riuscito). A fronte di questo si possono però citare moltissimi titoli totalmente sbagliati, privi sia di una storia originale che di personaggi affascinanti che infine di una vena comica che diverta sopra i 13 anni.
scena tratta dal film
In questo insieme eterogeneo Dragon Trainer si pone leggermente sopra la media. La storia per famiglie di come un ragazzo e un animale sviluppino un rapporto profondo (il drago mostra movenze, caratteristiche e atteggiamenti sia da cane che da gatto) riuscendo nel doppio intento di sfatare un mito (i draghi sono cattivi) e riabilitare il protagonista (che da outsider diventa il più popolare del suo villaggio), è trattata con molta leggerezza e nessuna pretesa. Che la trama sia un canovaccio finalmente sembrano saperlo anche gli sceneggiatori. Quello che invece è presente è una concentrazione maggiore nel ritmo e nelle gag le quali, nell'universo commerciale del cinema Dreamworks, sono tutto. Non tanto emozionare o narrare storie rivoluzionarie quanto avvincere e divertire. E Dragon Trainer lo fa bene, sempre considerando un target principalmente "familiare" ovvero composto da ragazzi al di sotto della maggiore età e di adulti che accettano di vedere un film simile solo come occasione "per stare tutti insieme".
scena tratta dal film
L'interesse maggiore di questo genere di cinema però è tutto in come, nel tentativo di rispecchiare i mutamenti nelle dinamiche sociali, essi influenzino la percezione comune che abbiamo dei ruoli nella nostra società. Come dimostra Dragon Trainer nei decenni la figura dello sfigato è sempre meno tale, dalnerdsi passa al geek, e la bella ragazza è sempre più maschile nel suo atteggiamento di potere, è essa stessa a rimettere a posto i bulli invece di subirne il corteggiamento come capitava una volta. La storia sempre uguale di un ragazzo che con la sua purezza scopre la bontà di figure temute dagli adulti nel suo adattarsi ai tempi svela come percepiamo la nostra società.
I due fratelli Dane e Lucas Thompson si trasferiscono con la madre da New York in una villetta a schiera di Bensonville, una piccola città del nord-est americano. Lucas è un ragazzino curioso e vitale, mentre Dane è il tipico adolescente inquieto, oppresso dai continui traslochi cui la madre lo sottopone. Assieme alla bella vicina di casa, Julie, Dane e Lucas scoprono nello scantinato di casa una grande botola serrata con numerosi lucchetti. Una volta scoperchiato il passaggio, quello che pare un semplice buco nel pavimento si rivela essere un portale per una dimensione da cui prendono corpo le più remote paure dei ragazzi.
Da sincero estimatore del cinema horror degli anni '50 e di quelle folli trovate promozionali proto-interattive e artigianalmente commerciali, Joe Dante presto o tardi si sarebbe dovuto confrontare con la tecnologia 3D. Lo ha fatto nel 2003 con un cortometraggio realizzato per un parco divertimenti e scritto da R.L. Stine, il creatore della serie Piccoli brividi . The Hole sembra provenire da lì, da uno di quei racconti del terrore per ragazzi, lavorando sull'idea di una dimensione parallela e oscura dalla quale si formano quelle paure legate all'infanzia che bisogna imparare a combattere. È quindi un piccolo romanzo di formazione, dilettevole ed edificante, che trova nell'intervallo fra pre-adolescenza e tarda pubertà, cioè fra la perdita dell'innocenza e l'acquisizione di cinismo, tanto l'età dei suoi protagonisti quanto quella del suo target di riferimento.
Nel concentrarsi più esplicitamente sull'adolescenza e sulle potenzialità di coinvolgimento emotivo del 3D (funzionale al racconto soprattutto nell'esplorazione del mondo delle paure, una sorta di scenografia espressionista che altera e al tempo stesso esalta il senso delle proporzioni), Dante sembra mettere da parte l'elemento politico dei suoi film precedenti.
Fra le tre dimensioni previste non c'è spazio per la satira o per quel sottotesto di controcultra che era riuscito a strisciare anche sotto alcuni film più commerciali come Small Soldiers. Con The Hole, Joe Dante si conferma un ibrido un po' pazzoide fraWalt DisneyeWilliam Castle. Fra l'immaginario di un uomo interessato a esplorare anche il lato oscuro dell'infanzia e quello di un folle che legge ancora il cinema come un'esperienza comunitaria legata al coinvolgimento dello spettatore.
SEOUL (Reuters) - Il regista James Cameron, il cui successo con "Avatar" ha scatenato una frenesia nei confronti del 3D nell'industria cinematografica, ha detto ai produttori tv di mettere da parte le preoccupazioni sui costi più alti dei film e adottare questa tecnologia. I produttori sperano che il tridimensionale dia una forte spinta al settore com'era successo con il passaggio dalle tv in bianco e nero a quelle a colori, ma la crescita è stata frenata dai costi più alti per chi realizza contenuti, che hanno portato alla fine di questi programmi. I consumatori che hanno appena pagato un costo superiore per i televisori a schermo piatto potrebbero non essere pronti per un altro aumento per avere tv a tre dimensioni, nel momento in cui c'è poco da vedere in questo formato che richiede di indossare occhiali speciali. "(Le grandi società del settore dell'intrattenimento) non possono aver paura di girare in 3D perché decine di migliaia di persone in tutto il mondo stanno girando tutti i giorni in 3D", ha detto Cameron. "Stiamo per avere tv 3D tutto attorno a noi ... e stiamo per aver bisogno di migliaia di ore di sport, commedie e musica e intrattenimento", ha detto il regista ad un forum sulla tecnologia a Seoul. "Avatar", film che ha incassato di più nella storia del cinema, ha guadagnato più di 2 miliardi di dollari ed è considerato anche uno dei più costosi nella produzione, con un budget di almeno 300 milioni di dollari dovuto in gran parte alle riprese in 3D. Cameron ha detto che sarà redditizio nel lungo periodo per i produttori tv imparare come girare in 3D invece che tentare di convertire gli attuali formati bidimensionali. "Non varrà il tempo ed il costo di convertire. Presto dovranno essere riprese dal vivo. Stiamo per imparare come girare dal vivo. E i costi delle produzioni in 3D crolleranno", ha detto ancora Cameron.
In una notte buia e tempestosa, una donna incappucciata abbandona un fagotto davanti alla porta di un orfanotrofio e sparisce nella pioggia. Dodici anni dopo, il piccolo Lewis aspetta ancora che qualche coppia di buon cuore si decida ad adottarlo, ma ormai di possibili genitori ne ha visti tanti e tutti sono scappati a gambe levate di fronte al suo talento d'inventore, geniale e pasticcione. Quando sta per perdere le speranze, dopo che anche il suo ultimo prototipo –lo scanner mnemonico- pare averlo tradito, Lewis fa la conoscenza di Wilbur Robinson, un coetaneo apparso dal nulla, e vola con lui nel futuro a scoprire che tutto è ancora possibile: basta solo inventarlo!
immagine tratta dal film
Tratto dal libro per bambini "A Day with Wilbur Robinson" diWilliam Joycee diretto da Steve Anderson, I Robinson, il nuovo film d'animazione della Disney (questa volta priva dell'aiuto degli "incredibili" creativi della Pixar), recupera lo spirito pionieristico del fondatore e riflette sull'errore in cui incappa chi si guarda alle spalle pieno di nostalgia invece di dirigere il proprio sguardo all'avvenire, con speranza e curiosità. "Sempre avanti", pare dicesse zio Walt, e il suo motto finisce ora in bocca a Cornelius Robinson, capofamifiglia della casata più eccentrica e affettuosa in cui Lewis potesse imbattersi. C'è Franny, la madre di Wilbur, che coordina un'orchestra di rane canterine, nonno Bud, che ama indossare i vestiti (o la testa?) alla rovescia, zio Art, che consegna pizze a domicilio in tutta la galassia, zio Fritz, che ha sposato la sua bisbetica marionetta Petunia, e poi ci sono Ottomano, la piovra maggiordomo, Carl, robot raffinato e rubacuori (di lavastoviglie e teiere) e Spike e Dimitri, gli zii che vivono nei grandi vasi di ceramica all'ingresso di casa e fungono da allarme.
immagine tratta dal film
Tutti coloratissimi e chiassosi, sostenitori dell'importanza di festeggiare ogni fallimento (senza il quale il successo non arriverebbe mai), i Robinson adottano Lewis per un giorno e si alleano con lui per annientare il cattivo di turno, l'Uomo con la Bombetta. Su questa fiaba tenera e intelligente, che contempla una strizzatina d'occhio al Ritorno al futuro di Zemeckis, s'innesta la sfida della computer grafica, alle prese con una specie su cui non aveva mai lavorato fino a ora in modo tanto mirato e massiccio: gli esseri umani. Non ci si aspettino malizie cinefile o dialogiche: qui tutto è a portata di bambino e si ribadisce il concetto per cui bisogna saper aspettare e vivere appieno l'infanzia prima di trasferirsi nel pazzo (ma non sempre terribile) mondo degli adulti. La vera sorpresa è il personaggio di Grufolo, a dir poco indimenticabile. L'unica raccomandazione: astenersi dietrologi e passatisti.
Il Burning Up Tour è la serie di concerti che nell'estate del 2008 ha visto i Jonas Brothers calcare i palchi del Nord America per promuovere l'album "A Little Bit Longer and Camp Rock Soundtrack". In occasione delle due date ad Anaheim, in California, una troupe di operatori guidata dal regista Bruce Hendricksha immortalato i tre fratelli mentre eseguivano dal vivo le loro canzoni davanti a una platea di fan adoranti. Con qualche accorgimento tecnico il film concerto si è tramutato nel The 3D Concert Experience. Qualcuno lo ha erroneamente definito rockumentary; in verità l'opera musicale diretta da Bruce Hendricks (già dietro la macchina da presa del Hannah Montana/Miley Cyrus: Best of BothWorlds Concert Tour) è un live ossidato – in quanto privato dell'esperienza dal vivo – introdotto da una finta scena di vita da star e intramezzato da qualche breve stacco di backstage. Sì, durante il concerto si odono gridare le ragazzine e si vedono muoversi i loro corpi al ritmo della musica, e sì, i tre – supportati da una band completa di sessione d'archi – ci sanno fare, ma non bastano due o tre effetti tridimensionali perché lo spettatore si senta partecipe.
immagine tratta dal concerto
A stupire, tuttavia, non sono tanto gli occhiali da sole che prendono il volo verso il pubblico in sala, quanto la capacità dei Jonas Brothers di affrontare la platea, il loro essere così giovani e allo stesso tempo focalizzati sull'obiettivo da veri musicisti navigati. Kevin, Joe e Nicksembrano non aver fatto altro nella vita che suonare, saltare, ammiccare alle fan e cantare quei brani che li hanno resi celebri almeno quanto la loro acerba bellezza. Tutto nell'esibizione del terzetto è studiato a tavolino. Niente è lasciato al caso, neanche quando il più piccolo dei tre, nonché principale autore dei brani, lascia i tasti del piano e, in piedi di fronte alle sue fan si prende l'applauso commosso per aver detto “chiunque si è sentito solo almeno una volta nella vita, questa canzone è per tutti quelli che si sono sentiti così”, per poi tornarsene al piano e chiudere il pezzo in un tempismo perfetto.
immagine dei Jonas Brothers
Bastano due o tre mosse di Nick (sedici anni, polistrumentista e una laurea in sguardo ammaliante) per convincerci che, se mai le strade dei fratelli Jonas si dovessero dividere, sarebbe lui a uscire dal gruppo per intraprendere una promettente carriera solistica. La certezza però è che un terzetto del genere non avrebbe avuto tanta fortuna se fosse venuto alla luce in un luogo diverso dall'America, terra dei sogni realizzabili ma soprattutto dell'entertainment. Nessun altro paese avrebbe potuto dare i natali a una band che, a dispetto dell'età, ha saputo mettere in piedi un impero al punto da permettersi di produrre The 3D Concert Experience con la società di famiglia, la Jonas Film production. Metteteci anche che i tre fratelli sono un esempio per gli adolescenti di tutto il mondo, avendo fatto voto di castità da bravi cristiani praticanti (sempre che tra qualche anno non finiscano comeBritney Spears), e ne otterrete un quadretto perfetto, in linea con i requisiti della Walt Disney che li ha lanciati.
immagine tratta dal concerto
Quanto al film concerto, se la presenza di Demi Lovatoe Taylor Swiftpassa quasi inosservata, e tra i brevi backstage ne spicca uno in cui i tre vengono paragonati ai Beatles da una commentatrice televisiva (e seguono scene in cui le fan dei Jonas Brothers sono in lacrime proprio come ai tempi lo erano le fan dei Fab Four), il live in sé non mancherà di stupire le fanatiche con (tutto sommato pochi) effetti speciali.
Bolt è il cane-attore perfetto, per lui non esiste differenza tra set e vita, tra realtà e finzione, Bolt è davvero convinto di essere un supercane frutto di un esperimento scientifico come il personaggio che interpreta.La sua missione nella serie tv, e quindi nella vita, è molto simile a quella di qualsiasi cane: difendere il padrone, che nel caso specifico è una bambina. Dopo averlo fatto in molteplici ciak però il caso porterà Bolt fuori dalla campana di vetro dei grandi studios, nel mondo reale dove i suoi cinematografici superpoteri non funzionano, alla disperata ricerca della padrona. Sballottato dall'altra parte degli Stati Uniti dovrà compiere un prodigioso (nonché istruttivo) ritorno a casa come già un'altra star canina del cinema fece decenni prima. Dopo Chicken Littlela Disney torna a fare un cartone in computer grafica seguendo il percorso (tecnico) segnato da Pixar e Dreamworks ma mantenendosi sui binari (di contenuto) che storicamente gli appartengono.
scena tratta dal film
Così Bolt è un film della Disney nel senso più classico, un cartone in CG che rinnega tutta l'innovatività portata nell'animazione e rifiuta un contenuto che sia in grado di soddisfare anche un pubblico più adulto grazie a più livelli di lettura come quello della Pixar o grazie ad un umorismo irriverente e demenziale come quello dellaDreamworks. La differenza si sente in un film che semplifica tutto, specialmente i personaggi. Come recitano le regole d'oro della Disney gli animali antropomorfizzati hanno un carattere che deriva dall'impressione che abbiamo dell'atteggiamento della loro specie o razza e non una personalità propria, sono davvero stereotipi e mai personaggi veri. Se si trattasse di esseri umani si griderebbe al razzismo.
scena tratta dal film
Quello di Bolt quindi è davvero il buon vecchio mondo Disney, quello davanti al quale i bambini ridono solleticati nella maniera più immediata e gli adulti che li accompagnano sorridono lieti dei simpatici e rassicuranti contenuti acquietati che i loro pargoli ricevono. C'è una canzone (cantata in italiano nell'edizione italiana) c'è una parabola morale molto semplice e usurata e dinamiche affettive che più basilari ed empatiche non si può (l'amore tra padrone e cane). Ci si chiede tuttavia quanto il piccolo mondo anticoDisney, che ha saputo squassare il cinema fino agli anni '70 e che si è stancamente ripetuto con risultati altalenanti di lì in poi, possa oggi soddisfare i “nativi-Pixar”, cioè quei bambini cresciuti con prodotti animati che li hanno trattati e continuano a trattarli con più rispetto.
Avvertenza per i maggiori di 16 anni: Hannah Montanaè la giovane protagonista (16 anni all'inizio dell'avventura) della serie televisiva omonima in cui Miley Stewart, una ragazzina qualsiasi, di notte diventa la pop star Hannah Montana. L'interprete di Miley ha il suo stesso nome ma negli States è nota come figlia di Billy Ray Cyrus noto musicista country. Quindi tanto anonima non è. Fatto sta che il successo della serie e del cd di lì a poco pubblicato ha spinto la Disneya organizzare un tour di 69 concerti che ha registrato degli impressionanti 'tutto esaurito'. Nella tappa di Salt Lake Citysi è registrato il concerto in 3D che ora gira non solo gli States ma il mondo. Strategia vincente (come accade spesso) quella della Disney. È infatti riuscita ad attrarre un pubblico decisamente diversificato e a tentare, con qualità, l'ennesimo rilancio della tecnologia tridimensionale. Prendiamo le mosse da questo aspetto. Di registrazioni di concerti di star più o meno famose ce ne sono migliaia e anche complessi di vaglia come gli U2 hanno tentato la strada della tridimensionalità. Qui però l'appeal è diverso perché ci si rivolge a spettatori tanto avvertiti sul piano della tecnologia quanto però pronti a farsi affascinare dal nuovo. Ecco allora che le macchine da presa esplorano tutte le possibili angolazioni del palco e ci regalano effetti sempre efficaci come il lancio del plettro verso l'obiettivo (e oltre… si sarebbe detto in ToyStory dove però si parlava di infinito) o la bacchetta del batterista che, in inquadratura a piombo, vola verso il pubblico per poi ricadere nelle mani di chi l'ha lanciata. Pazienza poi se tutte le riprese in backstage sono bidimensionali. Sembra che quasi nessuno ci faccia caso.
immagine Hannah Montana
Dicevamo del pubblico diversificato perché in sala, come nel concerto reale, ci si divide tra le ('gli' sono pochissimi) piccole che arrivano sì e no agli undici anni e le adolescenti. Le prime adorano questa ragazzina dalla doppia identità tanto castana quanto pronta, con parrucca, a diventare una sfolgorante Barbie cantante e saltellante su e giù per il palco. Le seconde invece la detestano (anche se ne seguono le vicende) ma quando compaiono i fratelli Jonas(ragazzini dell'età giusta per loro) gridolini e applausi si sprecano (non solo a Salt Lake Cityma anche in sala da noi). Ecco allora che l'operazione finisce con il funzionare su più versanti. Poco importa se i testi delle canzoni e quanto si dice sul palco restano in inglese non sottotitolato. Quel che conta sono i boccoli e le mossette di Hannah e i riccioli di uno (o di tutti e tre) i fratelli cantanti. 2 stelle e mezza come se fossimo una ragazzina e avessimo le età di cui sopra.
Un film che ha saputo parlare disovralimentazione con ironia,divertendo dall'inizio alla fine.Flint Lockwood fin da piccolo ha avuto la passione per le invenzioni ma c'era sempre qualcosa che non andava a buon fine. Come quando aveva inventato lo spray che creava dal nulla scarpe che aderivano perfettamente al piede dimenticando però di inventare il modo per poterle sfilare. Divenuto adulto, e abitando in un'isola la cui unica produzione fonte di alimentazione sono le sardine, prova ad inventare un marchingegno che trasformi l'acqua in alimenti. Anche in questo caso sembra destinato al fallimento ma quando, per un eccesso di energia, la macchina finisce con l'essere lanciata nel cielo sopra l'isola accade un fatto mai visto prima. I fenomeni atmosferici si trasformano in precipitazioni di cibo. Flint diventa famoso e al suo fianco c'è Sam Sparks, una giornalista addetta alle previsioni meteo di una televisione. Anche lei non è mai stata una vincente e ora si troverà ad affrontare con lui un periodo di gloria che può trasformarsi in disastro.
scena tratta dal film
Charles Miller e Phil Lord, basandosi sul libro illustrato di Judi e Ron Barret, hanno realizzato uno dei menù più equilibrati del cinema di animazione recente. Il loro film non solo è in grado di rivolgersi (al di là degli effetti 3D) a un pubblico sia infantile che adulto ma riesce anche ad essere un'occasione di riflessione di carattere sociale. Ricco di colore e di trovate narrative che si susseguono con un buon ritmo Piovono polpette affronta un tema più che mai attuale (negli States ma non solo) come è quello della sovralimentazione. Il sindaco che diventa iperobeso ne è il più degno rappresentante ma è l'intera collettività che si ritrova compatta e felice in un'orgia di cibo tanto colorata quanto progressivamente pericolosa.
scena tratta dal film
Tutto questo viene detto e mostrato senza la minima tentazione predicatoria e rafforzato con l'inserimento di numerose sottotematiche. Si va dal rapporto con l'accigliato padre (il termine è quanto mai appropriato) che non ha mai capito e condiviso la passione del figlio per le invenzioni e grazie al quale perde il proprio lavoro alla timida love story tra i due nerds Flint e Sam. Ma non viene dimenticata neppure l'ambivalenza dei politici pronti a cavalcare qualsiasi tigre pur di potersi ritagliare uno spazio di gloria personale. In tutto questo il divertimento non viene mai meno.Fa letteralmente venire l’acqualina in bocca questo film d’animazione in 3D!!A partire dall'inizio, in cui il simbolo della Columbia Pictures viene travolto da…Entrate per tempo in sala e lo saprete!
La serie iniziata con il primo Final Destinationnel 2000 ha una particolarità: ciascuno dei sequel, a parte qualche rimando, è sostanzialmente un remake del capostipite. La cosa dev'essere sembrata evidente anche ai produttori che stavolta hanno rinunciato a proseguire la numerazione, rimasta ferma aFinal Destination 3. La struttura resta quella del primo film (disastro iniziale, problemi degli scampati, epilogo sanguinoso), cambiano solo i personaggi e l'ambientazione del primo massacro. Un format così immutabile - basato su uno spunto brillante (quello di far sì che la Morte stessa sia il "cattivo" della storia) - fa dipendere la qualità dei singoli film dall'inventiva nelle variazioni relative alla catastrofe di partenza e ai modi utilizzati dalla Morte, che resta comunque sempre un'entità impersonale, per ripristinare l'ordine violato, dato che la caratterizzazione dei personaggi resta programmaticamente convenzionale e superficiale. Il compito di dare verve alla materia è stato affidato a David R. Ellis, passato recentemente alla regia proprio con Final Destination 2 (2003) e poi spesso rimasto in zona horror e dintorni con film come Snakes on a Planee Asylum. Solido artigiano con una lunga gavetta alle spalle, Ellis ha dovuto anche nell'occasione confrontarsi con il 3-D, compagno di strada prediletto dell'horror sin dai tempi de La maschera di cera(1953) e recentemente tornato alla ribalta con successo, anche in ambito orrorifico (San Valentino di sangue).
scena tratta dal film
Lo scenario iniziale è quello di una selvaggia gara automobilistica in stile americano. Un gruppo di amici è andato ad assistervi, con motivazioni e aspettative diverse. Le ragazze - Lori e Janet - sono annoiate, Hunt spera di vedere qualche spettacolare incidente. Nick è più preoccupato dalla vetustà della tribuna su cui sono seduti. In una sorta di sogno a occhi aperti, Nick "vede" il disastro prima che accada. Perciò scappa precipitosamente assieme ai suoi amici, che non capiscono il motivo della sua frenesia: lo capiscono quando il massacro avviene. I superstiti - tra cui alcune persone casualmente coinvolte dalla fuga di Nick - sono inizialmente sollevati per il loro destino, anche se hanno un senso di colpa per avercela fatta dove molti sono morti. Poi capiscono che il loro destino non è poi così gradevole. La Morte non accetta cambiamenti di programma: i suoi modi sono misteriosi e obliqui, ma efficaci, utilizzando anche tipici sentimenti umani, come l'odio razziale che spinge uno dei superstiti a cercare vendetta sul guardiano di colore del circuito automobilistico, dando il via a un domino letale.
scena tratta dal film
La casualità dei piccoli fatti banali che si concatenano determinando l'iniziale disastro e quelli successivi è divertente da osservare e compone il tratto caratteristico dei film di questa serie. Non esiste una storia vera e propria, se non un banale filo che giustifica e lega insieme delle "vignette" sostanzialmente autonome dove, come in uno dei vecchi disegni di Rube Goldberg, un piccolo accadimento dà luogo a una valanga di conseguenze, attraverso un'ineluttabile serie di fatti sfortunati ma tecnicamente possibili. Ormai il gioco è diventato prevedibile, ma anche questa prevedibilità è diventata parte del gioco, parte cioè delle aspettative degli spettatori che vedono i personaggi come marionette appese ai fili di un destino che l'apparente casualità della Morte si diverte a recidere. Su tutto, infatti, l'ineluttabilità del destino cui tutti bene o male tendiamo e che questo film, a modo suo e senza alcuna pretesa di profondità o serietà, ci porta a considerare. Nell'economia della serie, questo "nuovo" episodio si mantiene in linea, architettando bizzarri incidenti al limite (e oltre) della credibilità e utilizzandoli per generare una simpatica suspense non tanto sulla sostanza narrativa - che si sa dove andrà a parare - quanto sui metodi per arrivarci. Caratteristiche che aiutano a guardare questo film sono anche il passo svelto e la brevità.
scena tratta dal film
Oltre al 3-D, cui stiamo ormai di nuovo abituandoci, ma che resta un gadget ancora d'effetto per film basati sull'effetto sorpresa e sulla spettacolarità esteriore. In un cast non sempre all'altezza, si fa notare Mykelti Williamson(Forrest Gump) per la sensibilità della sua interpretazione nel ruolo di un ex alcolista gravato da un autentico senso di colpa e non così spaventato dall'idea di dover morire.
Nato da una delle molte scappatelle di Zeus con una mortale e cresciuto da un'umile famiglia di pescatori, Perseo è un vero eroe proletario che sogna di sovvertire l'ordine naturale delle cose andando a combattere gli dei stessi. Siccome non è l'unico mortale a pensarla così, il padre degli dei, aizzato dal fratello Ade che intanto mira a fargli le scarpe, decide di ricordare agli umani il suo potere liberando la più grande delle piaghe prese in prestito dalla mitologia nordica: il Kraken. L'unico modo per evitare che la creatura degli abissi distrugga la città di Argo è sacrificare Andromeda, figlia del re, che la stessa madre ha definito "Più bella di Afrodite". Quando si dice "cercarsela". Perseo però non ci sta e unitosi ai valorosi guerrieri di Argo vuole trovare un modo di sconfiggere il mostro.
Dopo 29 anniScontro tra titanitorna al cinema con il medesimo disprezzo per la mitologia greca, i medesimi semplicismi, la medesima truffa nel titolo (ma dove sono i Titani?) e un'immutata voglia di fare baccano senza fare senso.
Di diverso c'è l'atteggiamento del protagonista, una volta fiero di essere un semidio e inorgoglito dai doni celesti e adesso incattivito contro un padre padrone (incarnato da un Liam Neesonai minimi storici di carisma) e la sua razza di privilegiati. Il Perseo del 2010 è dunque dalla parte del popolo: “Ho scelto di essere solo un uomo”, dice rinnegando a parole la sua natura semideistica: Per accontentarlo dunque il regista non lo manda più in giro da solo ma gli affianca un piccolo plotone di rivoluzionari, più una donna palestratissima (Gemma Arterton), molto utile per gli stacchi sull'espressione sognante.
scena tratta dal film
Tra scorpioni che emergono dalla sabbia al rallentatore come fossero Transformers, una Medusa che ricorda quella della serie di God Of Ware una visione dell'Olimpo che sembra arrivare dal Superman di Richard Donner, il nuovo film incautamente affidato a Louis Leterrier(e al team creativo dietro Aeon Flux) porta a casa il risultato senza guizzi e senza la decenza dell'onestà.
Non solo Scontro tra titani crolla totalmente quando si tratta di creare immagini originali (tutto viene da qualcos'altro, specie dagli effetti speciali originali di Ray Harryhausen) ma in più di un'occasione ha l'arroganza di porsi su un piedistallo, ad esempio facendo gettare via ad un certo punto il gufo meccanico del primo film (uno degli elementi più ingenuamente kitsch cui spettava il compito di alleggerire comicamente), salvo poi prevedere ben due personaggi-macchietta a svolgere il medesimo ruolo.
Al massimo della presunzione questo nuovo Scontro tra titani, nato vecchio e (cosa ancora peggiore) pompato con un 3D posticcio utile solo a spillare un po' più di soldi, vorrebbe addirittura trovare una vaghissima legittimazione intellettuale con il colpo di coda finale affidato a Ralph Fiennes, cui spetta la frase cruciale (ovviamente escludendo il classico “Liberate il Kraken!” pronunciato con enfasi esagerata): “Gli dei traggono forza dalla debolezza degli uomini”. Quando si dice cambiare tutto perché non cambi nulla.
Vergognosamente lanciato in 3D, per lucrare sul prezzo del biglietto, il film con la terza dimensione non ha nulla a che vedere, riuscendo addirittura a pagare pegno perdendo in luminosità e colore. Trascinato da dialoghi surreali, da prove recitative parodistiche, da effetti speciali poco strabilianti e da una regia che riesce ad annoiare anche dinanzi ad una storia simile, Clash of the Titans si candida da subito alle Pernacchie d’Oro del 2010.
Coraline ha undici anni e si è da poco trasferita con la sua famiglia in una nuova casa. Tutto è ancora da esplorare, ma i suoi genitori sono troppo occupati con il lavoro per dedicarsi a lei. La spediscono a giocare in giardino, le preparano al volo la cena quando è ora, la invitano a cavarsela da sola. È così che Coraline scopre una porticina che dà su un tunnel polveroso che porta ad un altro appartamento, in tutto simile al suo, dove vivono un'altra mamma e un altro papà, che altro non fanno che occuparsi di lei. Tutto è spettacolare e desiderabile, dall'altra parte del tunnel, se non fosse che le persone hanno strani bottoni cuciti al posto degli occhi.
scena tratta dal film
È nata da un errore di battitura, Coraline. Neil Gaiman, il suo creatore, voleva scrivere Caroline, ma gli è scivolato il dito sulla tastiera e le lettere si sono scambiate di posto. Così Coraline è unica e a lei toccherà un'esperienza unica, nella quale i doppi e i ribaltamenti (non) si sprecano. Avventura tinta d'orrore, Coraline, nelle mani di Henry Selick, si avvicina piacevolmente ai temi di Nightmare before Christmas. Ancora, si tratta di un passaggio casuale in un altro mondo, là apparentemente distante e qui illusoriamente speculare, un mondo dove la morte s'impone per fascino sulla vita (i bottoni sugli occhi, come monete che propiziano il trapasso), con la sua lusinga della perfezione e della soddisfazione. Non a caso a fare da tramite è in qualche modo il personaggio di Wybie, estraneo al testo letterario ma imprescindibile in quello cinematografico di eco burtoniana, in quanto freak che si muove sul confine della vita, il cui diritto all'esistenza è stato messo in discussione da sempre e per sempre, inscritto nel suo stesso nome.
scena tratta dal film
Prima volta della combinazione di animazione in stop motion e stereo 3D, Coraline parrebbe fatto per gli adulti anziché per i bambini e in un certo senso è così, perché sono i grandi che hanno di che spaventarsi maggiormente, dato che, non importa da quale delle due parti del tunnel si posizionino, non ci fanno una bella figura, sregolati nel dosaggio amoroso, spettatori congelati del pericolo, in attesa di venire salvati da una bambina. Le avventure di Coraline, novella Alice, correttamente accompagnata da un gatto, richiamano grazie al 3D il sapore psichedelico del classico di Carrolma sono bagnate da una pioggia grigia e costante, che dell'infanzia racconta la difficoltà e la solitudine, prima che la malizia o il gioco. La protagonista va avanti e indietro tra un mondo e l'altro ma non è la sua strada che sta cercando: tra animali imbalsamati e acrobati senza pubblico, isolata e immersa nella nebbia che tutto incupisce e tutto avvolge, a undici anni sta cercando soprattutto la vita; una buona ragione per essa.
È un film strabico, Mostri contro alieni 3D. Non nel senso che gli effetti tridimensionali facciano diventare strabici. Anzi: il 3D oggi non è più quello goffo, con quei buffi occhialini che facevano venire il mal di testa, proposto a più riprese negli anni 50' e 80'. Ma nel senso che è un film che guarda in due direzioni. Al passato: la storia si rifà ai B Moviedegli anni Cinquanta, e racconta di un’invasione aliena alla terra. Il governo degli Stati Uniti ricorrerà a dei mostri, strane mutazioni genetiche che stava tenendo nascoste. Si tratta di Susan, colpita da un meteorite e cresciuta fino all’altezza di 15 metri (chiaro riferimento ad Attack Of The 50 Foot Woman), B.O.B., una massa gelatinosa indistruttibile (e qui si guarda a The Blob, uno dei B Movie più famosi), il professor Scarafaggio, dalla testa a forma di insetto (vedi La mosca), Insettosauro, una larva altra mille metri (come non pensare a Godzilla?), e l’Anello Mancante, un essere a metà tra una scimmia e un pesce (che ricorda Il mostro della laguna nera).Informato della minaccia che il nuovo mostro potrebbe rappresentare, l’esercito entra in azione catturando la ragazza e trasferendola in un sito militare segreto. Lì, viene ribattezzata con il nome di Ginormica e segregata in un recinto in compagnia di un gruppo di mostri dall’aria poco rassicurante: il geniale e insettiforme Dottor Professor Scarafaggio; il super macho Anello Mancante; il gelatinoso ed indistruttibile B.O.B e il bruco di oltre 100 metri di lunghezza chiamato Insectosaurus. Ma il loro internamento viene bruscamente interrotto dall’arrivo sulla Terra di un misterioso Robot alieno che prende d’assalto il Paese. Colto dalla disperazione, il Presidente viene persuaso dal Generale W.R. Monger ad arruolare il variopinto gruppo di Mostri e combattere il Robot Alieno per salvare il mondo dalla sua imminente distruzione.
scena tratta dal film
Ogni personaggio è uno sguardo rivolto verso la storia della fantascienza, e ogni scena gioca con un momento indimenticabile di questo genere: da Mars Attacks a La guerra dei mondi, da E.T. a Incontri ravvicinati del terzo tipo (spassosa la scena della tastiera suonata con la colonna sonora di Beverly Hills Cop), da Star Wars: l’attacco dei cloni alla war room de Il dottor Stranamore. Questi sono solo alcuni dei riferimenti che abbiamo visto noi. A voi il divertimento e la ricerca di tutte le citazioni. Con l’altro occhio però Mostri contro alieni 3D guarda al futuro. Il 3D, che oggi si vede con occhialini neri rigidi che ci fanno sembrare Buddy Holly, grazie alle nuove tecnologie è una realtà di grande effetto. Per la prima volta non si punta solo a far uscire gli oggetti dallo schermo fino a farceli arrivare sotto il naso e a farci chiudere gli occhi (cosa che accade nelle prime scene, per far testare subito al pubblico le possibilità della nuova tecnologia), ma piuttosto a farci “entrare” nella scena. Si tratta quindi di una nuova forma espressiva, destinata a cambiare il rapporto con lo spazio: c’è più profondità, davanti e dietro, intorno ai personaggi. E cambiano i movimenti di macchina, proprio per farci entrare nella storia: ci muoviamo spesso in avanti, con discese e cadute (come nella scena a San Francisco). Insomma, lo stupore è tanto. Forse anche per questo la seconda parte del film, passati i fuochi d’artificio iniziali, risulta un po’ più piatta, e soprattutto ripetitiva a livello narrativo, non mantenendo tutte le promesse. Ma quella Mostri contro alieni 3D mantiene quella più importante: la rivoluzione del cinema tridimensionale. E resta un film da vedere. Occhio a farlo in un cinema che lo proietta in 3D. Altrimenti il rischio è quello di fare come i tanti che hanno visto Viaggio al centro della terra in 2D credendo che fosse in versione tridimensionale. E che all’uscita hanno detto: non è che questo 3D sia poi un granchè… Da vedere perché: lo spettacolo assicurato, tra vecchia fantascienza e nuova tecnologia. La rivoluzione del 3D è finalmente iniziata!
L’intramontabile romanzo diLewis Carroll “Alice nel Paese delle Meraviglie” è stato fonte d’ispirazione per la realizzazione di più di quindici pellicole. L’ultimo film che trae spunto dalla famosa opera letteraria è quello girato dal regista statunitense Tim Burton.
Alice teme di essere pazza. Da quando è piccola continua a fare sempre lo stesso sogno, non sta mai attenta quando le parlano, è diversa dal resto della buona società che frequenta e non si integra nelle regole del suo mondo. Affinchè non rimanga zitella come la zia, che senza marito pazza lo è diventata sul serio, i parenti le combinano il matrimonio con un ottimo partito: un giovanotto integrato, conformato, di nobile lignaggio e con qualche problema digestivo.
immagine di Alice
Al grande ricevimento nel quale le verrà fatta la proposta però le visioni di Alice si fanno insistenti, il ticchettio di un orologio sembra ossessionarla e sul più bello vede comparire un coniglio in doppiopetto che le indica che è oramai tardi. Alice lo segue nella sua tana e finisce in quel mondo che aveva sognato fin da piccola, dove scopre che esiste una profezia riguardo una sua omonima la quale, con l'aiuto del Cappellaio Matto, del Coniglio Marzolino ecc. ecc. sconfiggerà una creatura malvagia liberando il regno dalla tirannia della Regina Rossa e riportando al trono la sorella più bella, la Regina Bianca.
La produzione è sempre Disney ma siamo totalmente da un'altra parte rispetto al cartone animato del 1951. Benchè la storia ancora una volta mescoli elementi da i due libri di Lewis Carrol: "Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie" e "Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò", il mix è inedito. Questa volta l'andamento psichedelicamente caotico per il quale solo perdendosi completamente Alice riusciva a trarre qualcosa dal suo peregrinare è scartato a favore di una trama decisamente più canonica. Arrivata nel paese delle meraviglie Alice ha un destino già scritto, ha una missione e un nemico da sconfiggere.
scena tratta dal film
Dunque non solo non siamo dalle parti dei testi originali ma non siamo nemmeno dalle parti dei film di Tim Burton, nei quali solitamente il protagonista è un outsider che trova in un luogo oscuro e apparentemente ostile il suo vero habitat perchè più sincero ed autentico dei conformismi borghesi cui era abituato. Alice si trova male nel mondo reale perchè è diversa mentre nel mondo delle meraviglie lotterà per riportare lo status quo, per normalizzare quel luogo dalla tirannia folle della Regina Rossa. Peccato che proprio la Regina Rossa sia la vera outsider: sorella maggiore brutta e dalla testa troppo grande che è sempre stata all'ombra della sorella minore, tanto carina e amabile quanto cretina e impalpabile, e che non riuscendo a farsi amare preferisce essere odiata. Ecco perchè dopo un inzio fantastico, che entra di diritto tra le cose migliori che Tim Burton abbia mai girato, il resto del film è una continua delusione. La parte nel paese delle meraviglie è un percorso verso il conformismo di un personaggio ritenuto matto che, come in un film fantasy, subisce una profezia che si deve avverare, ha un'armatura, una spada, nemici mitologici e via dicendo.
E a poco purtroppo servono le molte interessanti intuizioni visive, le mille piccole raffinatezze di scenografia (praticamente tutta in computer grafica), di costumi e di trucco di fronte ad una parabola disneiana nel senso più deteriore del termine, per la quale l'eroina del caso trova la strada che era stata decisa per lei invece di forgiarne una con le proprie mani o secondo i propri gusti.
Di certo non aiutano un 3D realizzato tutto in postproduzione e abbastanza inutile (almeno il 50% del film ne è privo tanto che se guardato senza occhiali non presenta il classico effetto "doppio") e momenti come la "deliranza" del Cappellaio Matto, che da sola è probabilmente la punta più bassa di tutto il cinema di Tim Burton e di quello diJohnny Depp messi insieme.
Il vecchio e avaro strozzino Ebenezer Scroogenon ha alcuna intenzione di condividere le gioie del Natale. Né con il nipote Fred né con il suo dipendente Bob, che riceve uno stipendio da fame e ha una famiglia numerosa, né tantomeno con chi gli chiede sottoscrizioni in favore dei più diseredati. Per lui il Natale è solo un giorno in cui deve pagare Bob che resterà però a casa. La notte della vigilia compare però, terrorizzandolo, il fantasma del suo socio in affari Marley, morto sette anni prima. Marley gli annuncia l'arrivo di tre Spiriti. Uno gli mostrerà i suoi Natali passati, uno quello presente e l'ultimo quello futuro in cui lui sarà morto e nessuno avrà un buon ricordo della sua esistenza. La lezione gli servirà. Di "Canto di Natale" di Dickens il cinema si è impossessato sin dal 1914 e non ha smesso di occuparsene nel corso dei decenni a venire coinvolgendovi Paperone e soci, Bill Murraynei panni di un magnate televisivo e perfino i Muppets. Poteva mancare il 3D? Ovviamente no. Poteva Zemeckis, sperimentatore delle potenzialità del cinema da sempre, non tentare l'impresa? La risposta è ancora no. Al suo fianco trova il talento sempre più affinato e 'natalizio' (è stato Il Grinch ricordate?) diJim Carreyche è pronto a quadruplicarsi (Scrooge e i tre spiriti) per questa storia 'morale' che resta valida oggi così come nel 1843.
scena tratta dal film
Utilizzando il performance capture(una tecnologia che permette di riprendere gli attori con cineprese computerizzate che spaziano a 360° gradi per poi trasformarli in personaggi da animazione) Zemeckis avrebbe potuto prendersi tutte le libertà. Invece si è attenuto con grande fedeltà al testo quasi che, appunto, vi riscontrasse una grande attualità che non abbisognava di adattamenti. Gli Scrooge non mancano nel mondo odierno (anche se magari vanno in palestra e sono eternamente abbronzati) e avrebbero anch'essi bisogno di uno sguardo retrospettivo unito a uno verso il futuro destinati a far loro percepire la fragilità dell'esistenza umana. Zemeckis coglie il profondo senso morale dell'opera di Dickens e non ne attenua i toni. Ne nasce quindi un film non adatto ai più piccoli (le scene con Marley e con lo Spirito dei Natali Futuri sono degne di un horror di classe, per di più in tre dimensioni). E' però capace di far riflettere con efficacia non tanto su una visione edulcorata del Natale quanto piuttosto sul senso che la vita di ognuno (credente o non credente che sia, considerata la non leggera considerazione sugli uomini di chiesa pronunciata dal quasi mitologico Spirito del Natale Presente) può assumere su questa terra. Il 3D con le sue magie lo aiuta nell'impresa offrendogli una dimensione che si colloca costantemente sul confine tra l'immaginario e il 'reale' con grande effetto.